Il fenomeno migratorio

Immigrazione – Europa: gli sbarchi nel 2017 e i fatti più importanti

 

Secondo le stime dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), nel 2017, sono giunti in Europa via mare 171,635 migranti. Di questi, 119,369 sono sbarcati in Italia, 21,663 in Spagna, 29,595 in Grecia e 1,067 a Cipro. Si tratta di una netta diminuzione rispetto ai 363,504 arrivi via mare avvenuti nel continente europeo nel 2016, pari a meno della metà. Anche il numero dei morti e dei dispersi nel Mediterraneo è diminuito, passando da 5,143 del 2016, a 3,116 l’anno passato.

Alla luce dei dati, è evidente che il 2017 ha costituito un momento di svolta nella gestione della crisi migratoria, segnando il numero di sbarchi più basso dal 2014. Ciò è stato possibile attraverso le politiche sia dell’Unione Europea, sia dei governi singoli degli Stati membri, che hanno dato la priorità al raggiungimento di accordi bilaterali con i Paesi africani maggiormente interessati dal fenomeno migratorio. Tra questi, al primo posto c’è stata la Libia, principale porto di partenza, ormai da anni, di tutti i migranti intenzionati a raggiungere le coste europee via mare. Nel Mar Mediterraneo esistono tre rotte migratorie dal Nord Africa verso l’Europa: quella del centrale, quella orientale e quella occidentale. Nel 2017, la rotta del Mediterraneo centrale, che collega la Libia all’Italia, è stata la più navigata dai migranti.

Occorre ricordare che la grave situazione di instabilità del Paese nordafricano, dove ancora oggi esistono due governi, uno insediato a Tripoli e appoggiato dall’Onu, e uno insediato a Tobruk e appoggiato da Russia ed Egitto, ha permesso ai trafficanti di esseri umani di portare avanti indisturbati le loro attività. L’assenza di una guida unitaria del Paese, capace di controllare efficacemente tutti i territori, ha fatto sì che i confini meridionali della Libia, con il Niger e il Ciad, siano ormai divenuti i confini meridionali dell’Europa stessa, come ha spiegato il ministro dell’Interno italiano, Marco Minniti, il 31 marzo scorso, nel corso di una riunione al Viminale con 60 leader tribali libici. Nell’occasione, l’Italia ha raggiunto un accordo con i capi delle tribù, i quali si sono spartiti il controllo di determinate zone dei confini. Le iniziative messe in atto da Roma e da Bruxelles, dunque, hanno seguito la linea di Minniti, volta a impedire che i flussi migratori provenienti dalle varie aree africane confluissero prima in Libia, e poi verso l’Europa. Ne è conseguito che, nel corso dell’estate, gli sbarchi in Italia e in Europa sono diminuiti gradualmente.

Il 28 agosto, i leader di Italia, Francia, Germania, Spagna, Ciad, Niger, insieme al primo ministro del governo di Tripoli, Fayez Serraj, e all’Alto rappresentante dell’UE, Federica Mogherini, si sono riuniti a Parigi, all’Eliseo, in occasione di un summit sull’immigrazione. Alla fine dell’incontro, è stata firmata una dichiarazione congiunta, in cui i leader dei Paesi che hanno preso parte al meeting si sono impegnati a indirizzare le sfide dell’immigrazione, mettendo in atto un piano di azione lungo le tratte migratorie del Mediterraneo efficace e di lunga durata. Dal momento che l’asilo è stato considerato un valore chiave sia per l’Europa, sia per l’Africa, i capi di Stato hanno promesso di voler eliminare l’immigrazione irregolare per migliorare le regole di asilo. A tal fine, Italia, Francia e Spagna, insieme all’Alto rappresentante dell’UE, hanno rinnovato il proprio supporto al Ciad e al Niger. Inoltre, Roma è stata lodata dagli altri leader europei per l’impegno verso la Libia, con cui le autorità italiane, dallo scorso febbraio, hanno concluso diversi accordi in materia di immigrazione per combattere il traffico illegale e per assistere la Guardia Costiera libica.

Pochi giorni dopo, tuttavia, la presidentessa internazionale di Medici Senza Frontiere, Joanne Liu, ha scritto una lettera aperta alle autorità europee, accusandole di essere complici dei trattamenti disumani a cui sono sottoposti gli individui stranieri che si trovano nel Paese nordafricano. Nelle conclusioni, viene fatto riferimento all’accordo con la Turchia che l’UE ha firmato il 18 marzo 2016, in base al quale la rotta balcanica è stata chiusa per bloccare i flussi migratori diretti in Europa, con l’obiettivo di limitare il traffico di esseri umani in favore dell’immigrazione legale e per diminuire la mortalità nella tratta del Mar Egeo durante le traversate. Tale patto è stato criticato a livello internazionale, tanto che la confederazione no-profit Oxfam International, il 17 marzo 2017, ha pubblicato un rapporto in cui denuncia le violazioni dei diritti umani e dei rifugiati, spesso costretti a tornare in Turchia dalla Grecia. A tale proposito, Joanne Liu ha scritto che la Libia ha costituito soltanto l’esempio più recente delle politiche migratorie dell’UE, volte a respingere i migranti, esattamente come è stato l’accordo con la Turchia. Allo stesso modo, il consigliere operazionale di Medici Senza Frontiere, Jan-Peter Stellema, ha riferito che i migranti non dovrebbero essere obbligati a scegliere tra una morte in Libia e una morte in mare nel corso della traversata verso l’Europa.

L’UE e i governi degli Stati membri sono stati investiti da nuove accuse il 14 ottobre, in seguito alla pubblicazione da parte dell’emittente americana CNN di un video, in cui viene mostrato un gruppo di migranti africani che, a poca distanza da Tripoli, sono venduti all’asta come schiavi, pratica già denunciata da Othman Belbeisi, capo della missione dell’IOM in Libia, l’11 aprile 2017. Subito dopo la diffusione del video, le Nazioni Unite hanno definito la collaborazione tra Unione Europea e Libia in ambito migratorio “orribile” e “disumana”. L’Onu ha condannato altresì le autorità italiane per l’assistenza fornita alla Guardia Costiera libica nel Mediterraneo, nonostante ciò implichi che un numero sempre maggiore di migranti e rifugiati verranno costretti alla detenzione, andando incontro ad abusi e torture.

Negli stessi giorni, il Parlamento europeo ha dato la propria autorizzazione per dare il via i negoziati sulla riforma del sistema di Dublino con il Consiglio e la Commissione. Le modifiche a tale sistema prevedono che i migranti non siano più obbligati a presentare richiesta di asilo nel Paese di primo approdo, ma che l’assegnazione di responsabilità dei Paesi europei sarà invece basata su “legami genuini” tra il singolo migrante e uno degli Stati membri. In assenza di questi, i richiedenti asilo, dopo essere stati registrati e aver eseguito i controlli di sicurezza, saranno assegnati a un Paese dell’Unione Europea, secondo un sistema di distribuzione prestabilito. Tale meccanismo mira a evitare che Stati come la Grecia e l’Italia, che per ragioni geografiche costituiscono i territori di primo approdo per la maggior parte dei migranti che attraversano il Mediterraneo, debbano accogliere un numero spropositato di arrivi. Ai Paesi membri che non rispetteranno tali regole verrà limitato l’accesso ai fondi europei. 

Il 29 e 30 novembre, in occasione del summit dell’Unione Europea e dell’Unione Africana a Abidjan, in Costa d’Avorio, la Libia ha raggiunto un accordo con i leader europei e africani per effettuare rimpatri di emergenza dei rifugiati e dei migranti che hanno subito violenze e abusi all’interno dei centri di detenzione libici. Di conseguenza, nei giorni successivi, la Nigeria ha riferito di aver avviato le procedure per il rimpatrio dei cittadini nigeriani presenti in Libia. Successivamente, il 6 dicembre, il Marocco ha annunciato che avrebbe messo a disposizione alcuni aerei per effettuare il rimpatrio nei Paesi africani di 3,800 migranti. L’8 dicembre, il governo dell’Etiopia ha reso noto di aver avviato le procedure di rimpatrio per i migranti etiopi che si trovavano nei centri di detenzione libici. E ancora, il 12 dicembre, l’IOM, insieme al governo del Niger, ha iniziato le procedure di rimpatrio per i quasi 4,000 migranti che si erano registrati per il rientro volontario, presso l’ambasciata nigerina in Libia. Il 22 dicembre, l’Italia ha inaugurato il primo corridoio umanitario con la Libia, accogliendo 162 migranti che precedentemente erano detenuti nei centri libici e, il 26 dicembre, le autorità di Tripoli hanno rimpatriato 142 migranti illegali in Guinea, con l’aiuto dell’IOM.

Infine, il 2017 si è concluso con il summit, il 13 dicembre a Parigi, tra i leader dei Paesi del G5 Sahel e altri capi di Stato, tra cui quelli di Italia, Francia, Germania, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, tenutosi il 13 dicembre 2017 presso La-Celle-Saint-Cloud, vicino a Parigi. Il G5 Sahel è un nuovo corpo antiterrorismo composto da composto da 5,000 truppe del Mali, Mauritania, Niger, Ciad e Burkina Faso, creato lo scorso febbraio per contrastare la crescita dell’estremismo e del traffico di esseri umani nell’area del Sahel che, essendo poco controllata, pullula di militanti di al-Qaeda, dell’ISIS e di altre organizzazioni. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato all’unanimità la sua formazione nel giugno 2017. Lo scopo del summit in Francia era quello di spingere altri Paesi a contribuire al finanziamento del nuovo corpo antiterrorismo, così da permettere lo svolgimento di operazioni contro gli estremisti della regione. Il 24 dicembre, Gentiloni ha annunciato che una parte delle 1,400 truppe italiane attualmente in Iraq verranno mandate in Niger. I soldati italiani saranno impiegato in missioni supporto e addestramento dell’esercito nigerino, ma effettueranno anche attività di pattugliamento e monitoraggio lungo i confini del Niger con la Libia.

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Sofia Cecinini

di Redazione